CENERE

Tutto in questo libro è verità.
Ogni volta che raccontavo qualche episodio di questa storia a persone diverse, tutti all’unanimità sostenevano che dovevo scrivere un libro.
Ma in realtà lo sto scrivendo da molto tempo. Si può dire che la sua prima versione fu scritta quando avevo quattordici anni. In un grosso quaderno messo insieme da me, io che ero allora un ragazzino affamato e troppo irrequieto annotai a caldo tutto ciò che avevo visto o sentito e che sapevo di Babij Jar. Non avevo idea del perché lo facessi, ma mi sembrava che fosse necessario. Per non dimenticare nulla.
Il quaderno portava il titolo «Babij Jar», e lo celavo a occhi estranei. Dopo la guerra, in Unione Sovietica ci fu un’esplosione di antisemitismo, la campagna contro il cosiddetto «cosmopolitismo»: si arrestavano i medici «avvelenatori» ebrei, e il nome «Babij Jar» divenne quasi proibito.
Una volta mia madre, facendo le pulizie, trovò il mio quaderno, lo lesse, ci pianse sopra e mi consigliò di conservarlo. Fu lei la prima a dire che un giorno avrei dovuto scrivere un libro.
Con il passare del tempo, andavo sempre più convincendomi che era mio dovere farlo.
Molte volte mi misi a scrivere un semplice romanzo documentario, pur senza avere alcuna speranza di vederlo pubblicato.
Inoltre, mi accadde una cosa strana. Cercavo di scrivere un comune romanzo secondo il metodo del realismo socialista - l’unico che conoscessi, che mi avevano insegnato fin dai banchi di scuola e poi per tutta la vita. Ma la verità della vita, trasformandosi in «verità artistica», chissà perché sbiadiva sotto i miei occhi, diventava banale, piatta, fasulla e, infine, ignobile.
Il realismo socialista impone di descrivere non tanto ciò che è stato, quanto ciò che avrebbe dovuto o comunque potuto essere. È stato questo metodo falso e ipocrita, in sostanza, a uccidere la letteratura russa, in passato così grande. E io lo ripudio, per sempre.
Scrivo questo libro senza più pensare ad alcun metodo,né ad alcun potere, confine, censura o pregiudizio nazionale.
Lo scrivo come se rilasciassi una deposizione sotto giuramento nel più alto e giusto dei tribunali - e mi assumo la responsabilità di ogni mia parola. In questo libro è raccontata soltanto la verità - tutto così come è stato.

Io, Anatolij Vasil’evič Kuznecov, autore di questo libro, sono nato il 18 agosto 1929 nella città di Kiev. Mia madre è ucraina, mio padre russo. Sul mio passaporto interno era scritto «nazionalità russa».
Sono cresciuto a Kurenëvka, alla periferia di Kiev, non lontano dal grande burrone il cui nome al tempo era noto solo agli abitanti del posto: Babij Jar.
Come gli altri dintorni di Kurenëvka, era un luogo dei nostri giochi, un luogo, come si dice, della mia infanzia.
Poi di colpo, in un solo giorno, diventò famoso.
Per più di due anni fu zona proibita, con un recinto di filo spinato ad alta tensione, con un campo di concentramento, e dei cartelli ammonivano che si sarebbe aperto il fuoco contro chiunque si fosse avvicinato.
Una volta mi capitò perfino di andarci, per la verità solo nell’ufficio del campo di concentramento, non proprio nel burrone: altrimenti questo libro non l’avrei mai scritto.
Sentivamo soltanto le raffiche di mitragliatrice a diversi intervalli: ta-ta-ta, ta-ta... Le sentii per due anni, giorno dopo giorno, e ancora oggi mi risuonano nelle orecchie.
Alla fine sopra il burrone si levò un fumo pesante e grasso. Continuò a spargersi per circa tre settimane.
Ovviamente, quando tutto fu finito, nonostante la paura delle mine io e un mio amico andammo a vedere che cos’era rimasto.